Poesie


 

AUTUNNO

Ritorna il dolce amaro
odore delle foglie
secche dei pioppi,
grigie a piè degli alberi. Ritorna l’infantile
voglia di camminarci strisciando i piedi.
Le sere han molli veli
sui prati opalescenti,
le foglie han rade e spoglie sono le viti.
Questa stagione è dolce
più che l’aprile.

 

Autunno maturato, sognante
esperto di meriggi
affogati nel sole,
di frumento infuocato
e di siepi frementi di cicale.
Il girasole è bruno
e ripiega il suo astro rugginoso, pallido il mais ritrova
nelle brume notturne
la morbidezza per le foglie stanche. Finita è la speranza o la certezza
del bello che verrà;
resta la calma gioia
d’aver vissuto. È autunno.

10 Ottobre 1973

 


INCIDENDO

Sarà l’odore d’incenso
che emana la lastra,
sarà il profondo dolore
che mi frequenta l’anima…
ma io dico: “Gloria
al Padre,
al Figlio,
allo Spirito Santo”
e l’albero nasce, sambuco
con le fronde nel sole
e nell’ombra,
come un Altro, non io,
l’ha con amore pensato.

3 Luglio 1982

 


APOLOGO

Ho ascoltato la tortora cantare,
un lungo pianto nel chiaro mattino,
uscito, la volevo consolare
ma fuggì via con volo cinerino.
Rimasto è il merlo, in stolida allegria
mi viene incontro ai piedi del nocciòlo.
Simile è l’uomo: ride in compagnia
ma preferisce piangere da solo.

8 Aprile 1982

 


COMMOZIONE

Il nero di un merlo che becca
turgide bacche rosso viola
nel clerodendro di ruggine,
passa accanto al corallo rosa,
compatto, dell’ultima rosa
e l’aria è di lucido grigio.
Un così morbido accordo
di tonalità, di colori
– così nobile accostamento,
così aristocratico arazzo –
m’ha fatto vibrare l’anima
fino alle segrete lacrime.

6 Novembre 1984

 


FIABE D’AUTUNNO

Scherzo triste in sonetto

Nel cespuglio del rado salicone
il pettirosso è ritornato ancora.
Così è finita la bella stagione…
la criptomeria infatti si colora
ed il vigneto è immobile e scomposto,
gravato di silenzio e d’abbandono.
Ora si spera che sia dolce il mosto
e si parla di farne vino buono.
Nuove illusioni. Le castagne, il fuoco,
la legna secca che dà buon odore…
mele cotogne e melograni, un poco
d’estro si cerca sulle zinnie in fiore.
Contro il senso del tempo un nuovo gioco,
sentirsi vivi quando ormai si muore.

Settembre 1977

 


LA GRANDE MUTAZIONE

Gli strani rumori
della nebbia d’autunno
di notte! Fiata leggera
eppure spessa, trasporta
ombre di un’altra natura.
Scalpiccii, passettini,
brividi di paura,
zampettare di cani
fruscii ripetuti, sommessi
tonfi del peso di un passero,
fremiti, aliti, strappi
cauti in un manto di seta.
E la mattina il mistero
si svela nel pallido sole.
Ieri era l’acero biondo,
le acacie ancor gonfie e boscose,
i gelsi ricchi di verde,
bronzee le masse dei platani,
come un drappeggio i ciliegi
di rossi e di viola cangianti
erano. I rami ora spogli
incidono l’aria stillanti
dopo una notte di nebbia.
Scomparsa l’erba vivace
sotto un tappeto bruno,
il mio giardino è un raduno
appena svolto, un convegno
disperso, una piazza affollata
ora vuota, rimangono
come cartacce
di un lungo, festoso congresso
foglie arricciate, mutate
fin nell’essenza, ricordi
che un fresco vento confonde
incauto si porta via.
Ma tutti noi siamo
come foglie avvizziti.
È Isaia.

4 Novembre 1981

 


PASSERO CASALINGO

Tu saettante passero
quanto felice rèplichi
il faticoso pèriplo
della casa!
Non sei come la róndine
che sfida ignoti i tròpici
fra gli uccelli che migrano
più Ulisse.
Di casalinghi frèmiti,
riscoperte domèstiche,
godi ed anch’io; alla Còlchide
non ci credo.
S’è rinnovato il càrpino,
verdeggia ancora l’ àcero,
gonfio gemmato è il frassino,
questa è vita!
Guardo il sambùco: gèrmina!
si è già spogliato il màndorlo
dei suoi nevati pètali…
forse frutta.
Sempre vedere piòvere
mi é piaciuto da gióvane,
nel sortilegio indùlgere
senza tempo.
E godo se fantàstico
nel meriggiare tòrpido,
vaga nel sogno l’ anima,
sul balcone.
Così or che mi è lécito
le quiete gioie scégliermi
mio amico.

20 Aprile ll Maggio 1985

 


PERCHÈ GERANIO…

Perché geranio muori?
Dove ho errato?
Ti ho accostato alla luce, ti ho ritratto
quando il sole d’inverno
veniva abbacinante alla finestra.
Nei giorni intiepiditi dalla pioggia
ti ho messo al davanzale
ché l’acqua t’irrorasse.
Ora la foglia, verdeggiante ieri,
lentamente si secca
e i due germogli
dei quali ero orgoglioso, rattrappiti
intristiscono, mani piccoline
serrate a pugno. L’erba è fili bianchi
nella terra che cinge la tua vita
affondata nel vaso. Io, impotente,
che cosa ti darei
perché tornasse il flusso esistenziale
nel tuo gracile corpo! Inutilmente
al silenzio consegno la speranza;
il linguaggio segreto delle piante
come il severo immobile messaggio
delle cose, mi sfugge. Eppure è triste
sapersi sempre inerti testimoni
di fronte al grande svolgersi nel tempo
di tutto ciò che ignoto e noto esiste.
Come di fronte a te, geranio amato,
“perché” di una presenza, misterioso
frammento del creato.

Dicembre 1978 Febbraio 1979

 


SALMO 104

Ma che begli occhi hai, grosso moscone,
odiosa creatura!
Sulla tua veste di grisaglia scura
quel bel rosso mattone
spicca, strumento senza sguardo. Pare
un’umana invenzione,
una mostruosa macchina che vede
come l’impulso chiede
di un’équipe di scienziati, seleziona,
servilmente risponde
a una mente padrona,
ai richiami che arrivano su onde
incautamente strumentalizzate.
Tu mi vedi, moscone, hai una mente
che ti dice la gioia e la paura
liberamente.
Alzo la mano, un’ombra che non dura
più di un attimo appena. Tu ti fai
guardingo, attento… un fremito, poi vai!

 

Lo sai che mi dispiace.
d’aver sciupato la tua santa pace?

Estate 1979

 


CANTA FILOMENA

Mendicavamo canti di usignoli
per le siepi di acero campestre,
in notti – immensità basilicali –
di maggio, ormai più di vent’anni fa.
Nel silenzio serale si sentiva
venire il canto vivido e solenne,
“L’usignolo!” dicevi e si partiva
per le “Verine” verso San Paè
perché nel nostro giovane giardino
– troppo piccoli gli alberi –
non veniva a cantare filomena,
la schiva, timorosa cantatrice
diffidente, dal trillo cristallino,
dalla fonda armonia incantatrice.
Asfalto, case, stravoltati i sensi
di percorsi, di fossi secolari,
cancelli, muri, fiotti grigio cenere
di glicine straniera e non c’è più
una siepe-foresta, intrico oscuro,
grembo, ricetto, provvido e sicuro
vallo allo spazio aperto,
ora … il deserto
animato di spettri, vivi e spenti,
affaccendati e inutili, rottami
prima del crollo, prima del naufragio.
E tu morta. E l’unico rifugio
il bosco che una volta era un giardino.
– La nostra sorte cadde
su luoghi deliziosi –
Là nel fitto dei càrpini frondosi
in queste notti canta l’usignolo.
Proprio vicino a casa, sai… vicino.
Io sto immagato ad ascoltarlo…
solo.